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Repubblica — 17 gennaio 2003 - Fiamme, fumi e un mare nero qui si vive e si muore di fabbrica
Repubblica — 17 gennaio 2003 pagina 12 sezione: CRONACA

PRIOLO - Vivono e muoiono di fumi. Vivono e muoiono di nichel, di cesio, di amianto, di uranio e anche di mercurio. Lì davanti hanno un mare nero e puzzolente, acque fetide, acque schiumose dove i pesci non si spingono mai. Se ci passi di notte fanno paura quegli scheletri di ferro e quei camini che sputano fiamme in cielo illuminandolo come fosse giorno, che spargono odori acri per le campagne dove una volta c' erano i giardini di arancio più profumati della Sicilia. Qui, in mezzo agli intrichi di tubi e alle nuvole di gas, c' era anche un piccolo paese che oggi non c' è più.

C' eravamo andati quasi venticinque anni fa quando una mattina i suoi duemila abitanti li deportarono tutti nei villaggi vicini, li buttarono fuori dalle loro case, li obbligarono a sfollare con un decreto di "evacuazione" perché su quella striscia di terra volevano metterci un altro stabilimento. Si chiamava Marina di Melilli quello che poi sarebbe diventato per sempre il «paese fantasma». Quando il vento tira da quel mare scuro e velenoso gli umori fetenti del Petrolchimico si diffondono a Priolo, ad Augusta, a Lentini, a Carlentini, a Francofonte. Vivono e muoiono qui 12mila lavoratori dell' «industria» su una popolazione che non arriva a 60mila abitanti, tutti insieme d' estate o d' inverno che respirano gli scarichi degli sfiatatoi, l' aria impregnata di anidride carbonica, le esalazioni di cloro, l' ammoniaca che producono i fertilizzanti, il benzolo liberato dagli impianti «aromatici». Gli ambientalisti dicono che sul totale dei decessi nell' area, il 32-33 per cento ogni anno siano per tumore. Numeri che i capi del Petrolchimico contestano da sempre, negano da sempre la validità del dato accusando gli ambientalisti di «inventarsi cifre» e di fare «ingiustificato allarmismo».

Chi ha ragione e chi ha torto? A Priolo la causa di morte per un uomo su tre è il cancro ai polmoni. Ad Augusta la percentuale dei bambini nati malformati è tre volte superiore alla soglia fissata (il 5,5 per cento contro l' 1,54 per cento) dall' Organizzazione mondiale della sanità. Soltanto nel 2000 erano 28 i neonati che presentavano vari tipi di malformazioni su 532 venuti alla luce. Senza contare una ventina di interruzioni volontarie di gravidanze. Tra il 1991 e il 2001 almeno mille bimbi della provincia di Siracusa sono nati con handicap fisici o mentali. Quasi quattro volte in più che nel resto d' Italia. è il sogno industriale che quarant' anni dopo diventa incubo. Le raffinerie soffocano con i loro miasmi paesi e campagne, bruciano alberi, cuociono le colline. Veleni dappertutto. Sopra la terra e dentro la terra.

«Siamo circondati, siamo assediati come in nessun altro luogo del Paese, solo nel nostro piccolo territorio comunale abbiamo 11 discariche e una gran quantità di signori che hanno scoperto il business ecologico: scavano un fosso e poi fanno soldi a palate», si sfoga il sindaco di Melilli Giuseppe Sorbello mentre racconta lo sfacelo tra mare e cielo in quel "triangolo" industriale della provincia siracusana. Il sindaco di Melilli, come il sindaco di Priolo e come tutti gli altri primi cittadini dell' inferno chimico, si batte da decenni, accusa, mobilita le piazze, prova a salvare quel poco che c' è ancora da salvare da queste parti. E intanto fantomatici piani di risanamento sono fermi in Regione, milioni di euro annunciati ma sempre conservati in cassaforte.

Come dimenticate nei polverosi archivi dei Tribunali erano fino a qualche anno fa le denunce di medici e di associazioni sui danni che portava il Petrolchimico, insabbiamenti, indagini pilotate, processi lunghissimi che finivano sempre con la scadenza di qualche termine, perfino un pretore d' assalto che all' inizio degli Anni Ottanta fu trasferito per la sua ostinazione a scoprire le malefatte dei boss del Petrolchimico. Una volta furono invitati a Priolo anche degli esperti olandesi: visitarono gli impianti, se ne andarono dalla Sicilia con il sorriso sulla bocca. E decretarono che ciminiere e sfiatatoi erano davvero «very very green». Sì, molto molto verdi. Altri tempi, per fortuna. Prepotenze e corruzioni, multinazionali e ras locali, faccendieri e assessori regionali, tutti uniti per infestare e depredare. Puntando tutto sulla disperazione degli abitanti di questa terra, sul lavoro che non c' era, sul sogno industriale. Vivere e morire di veleni.

Ci raccontava nel gennaio 2001 Giuseppe, pensionato dopo trent' anni di raffineria a Priolo: «Meglio morire di tumore ma sazio piuttosto che crepare di fame». Anche lui, anche Giuseppe si sottoponeva a estenuanti sedute di chemio. Come molti dei suoi compagni che vivevano troppo vicini al «paese fantasma» di Marina di Melilli. Troppo vicini a quel villaggio comprato - con tanto di permesso dell' Assemblea regionale siciliana - da un gruppo di ingegneri calati dal Nord per produrre magnesio e chissà che altro ancora. Ai duemila abitanti di Marina di Melilli promisero un nuovo paese e chiesero in cambio voti. Dissero loro che avrebbero avuto una nuova vita. Assicurarono a tutti un lavoro, per loro, per i loro figli e i figli dei loro figli. Si impegnarono (mentendo) a costruire un Comune alle porte si Siracusa, tutto riservato ai deportati della borgata marinara dove sarebbe nata una fabbrica dei miracoli. I duemila cominciarono a vendere in fretta e furia le loro case.

I più fortunati riuscirono a farsele acquistare a 19 mila lire al metro quadrato. Solo pochi di loro trovarono il "posto" in raffineria. Alcuni non vollero andarsene, li portarono via con la forza i carabinieri sventolando quel decreto di "evacuazione" che avevano preteso i petrolieri dai governanti siciliani. Rimase solo un vecchio pescatore. Morì davanti al suo mare quando arrivarono le prime ruspe che in un giorno e una notte fecero sparire per sempre Marina di Melilli. - DAL NOSTRO INVIATO ATTILIO BOLZONI

Repubblica — 17 gennaio 2003 pagina 12 sezione: CRONACA


 

 

 

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