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Dante i traditori della Patria li colloca nel nono cerchio dell'Inferno - IL CONTE UGOLINO: IL RITO DELL'ANTROPOFAGIA
IL CONTE UGOLINO: IL RITO DELL’ANTROPOFAGIA

Dante è sceso nel nono cerchio dell’Inferno, dove sono condannati i traditori della patria e del partito politico e i traditori degli ospiti. Lo scenario che si apre al poeta è ‘agghiacciante’, nel vero senso della parola: questi dannati sono infatti conficcati nel ghiaccio e subiscono pene eterne tremende.

È proprio qui che Dante incontra un personaggio dalla vicenda terribile e dolorosa, simboleggiata per la legge del contrappasso da una punizione altrettanto feroce. È il Conte Ugolino della Gherardesca, nobiluomo pisano di parte ghibellina, il quale aveva tramato contro la sua città e il suo partito, aiutando il genero Giovanni Visconti a instaurare a Pisa un governo guelfo. Dopo alterne vicende, nel 1288 il Conte Ugolino fu esiliato e accusato di tradimento dall’Arcivescovo Ruggieri, capo dei ghibellini pisani e a sua volta intrallazzatore politico senza scrupoli, e fu in seguito imprigionato nella Torre dei Gualandi con due figli e due nipoti, vittime innocenti; lì furono lasciati morire di fame.

La prima parte del Canto XXXIII dell’Inferno è tutta incentrata sul racconto che il Conte Ugolino fa della sua vicenda è un lungo monologo a cui Dante assiste silenzioso, che ricrea in un’atmosfera densa di pathos lo strazio e la rabbia del Conte per la sorte toccata ai quattro giovani innocenti che egli non può vendicare.

Ma c’è un’altra protagonista: la fame. La fame incombe su tutta questa parte del Canto e soprattutto si avvicina più volte allo spettro (ritualizzato nella dannazione eterna) dell’antropofagia. In particolare vediamo tre punti.

Cominciamo con la condanna eterna a cui è destinato il Conte Ugolino: rodere la testa del suo nemico (l’Arcivescovo Ruggieri), cercare di saziare per l’eternità quella fame che non ha potuto saziare in vita, cibandosi del suo avversario. Si legge infatti all’inizio del Canto:

"La bocca sollevò dal fiero pasto

quel peccator, forbendola a’ capelli

del capo ch’elli avea di retro guasto." (vv. 1-3)

"La bocca alzò da quel pasto feroce (bestiale)

quel peccatore, e la pulì con i capelli

del capo che aveva roso nella parte posteriore."

Qui l’antropofagia rappresenta la dannazione eterna.

Più avanti, nel racconto del Conte Ugolino, quando ormai i prigionieri della Torre si rendono conto del destino preparato per loro, i figli del nobiluomo si offrono come cibo al padre, come soluzione disperata allo strazio che vivono, più che per amore filiale forse:

"e disser: ‘Padre, assai più ci fia men doglia

se tu mangi di noi: tu ne vestisti

queste misere carni, e tu le spoglia’." (vv. 61-63)

"e dissero: ‘Padre, per noi sarà meno doloroso

se tu ci mangi: tu ci hai dato la vita

e tu puoi togliercela’."

Le misere carni (cioè, il corpo) sono considerate, nell’ottica cristiana medievale, il vestito dell’anima.

C’è un ultimo passo in cui, secondo alcuni critici, torna il tema dell’antropofagia, in modo più sottile e macabro:

"e due dì li chiamai, poi che fur morti:

poscia, più che ‘l dolor, poté il digiuno." (vv. 74-75)

I figli (in realtà, due nipoti e due figli) del Conte sono ormai morti; ma che cosa significa "il digiuno poté più che il dolore"?. Ci sono qui due interpretazioni: secondo la prima, il digiuno ha finalmente la forza di far morire Ugolino, cosa che il dolore non era riuscito a fare; secondo la seconda interpretazione, la fame prolungata vince il dolore e Ugolino si ciba delle carni dei figli per sopravvivere. Questa visione cannibalistica è sostenuta da diversi critici. In ogni caso, la figura del Conte, pur nell’orrore dei peccati e della condanna, acquista un certo rispetto per il dolore e la disperazione sofferti, che in parte anche Dante aveva conosciuto nel periodo dell’esilio.

La vicenda del Conte Ugolino copre i primi 90 versi del Canto XXXIII e, per non perdere la concentrazione e il pathos di questi versi, bisognerebbe riportarli tutti e non interrompere il lungo e doloroso racconto del dannato.

Vi consigliamo di farlo (magari cercando in Internet) per saziare la vostra "fame" di sapere.

Salvo Maccarrone, 09 ottobre 2007


 

 

 

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